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Slide Ine, una «start up» di San Francisco che sviluppa programmi di software per le reti sociali su Internet, è ancora in piena espansione: ha raccolto 50 milioni di dollari e si accinge a raddoppiare entro fine anno i dipendenti che ora sono 70. Ma è un'eccezione: anche se l'economia della «Silicon Valley» rimane vitale, recessione e crisi finanziaria colpiscono duramente pure qui. Il raffreddamento della domanda e la «stretta» del credito, però, nella culla californiana delle tecnologie hanno effetti parzialmente diversi rispetto al resto degli Stati Uniti: dappertutto, nel Paese, dopo una crescita ininterrotta a partire dal 2002, da mesi si assiste a una rarefazione della nascita di nuove imprese. Il fenomeno riguarda anche la Silicon Valley, ma qui l'aspetto finanziario ha caratteristiche diverse e ad esso si aggiunge un mutamento nella composizione della forza-lavoro che, più che a una «fuga dei cervelli», fa pensare alla possibilità di una sorta di «congelamento dei cervelli».
ne del credito tendono a prosciugarsi come altrove, ma è ancora relativamente attivo quello del «venture capital» che sta dando ossigeno alle iniziative più innovative e promettenti nell'informatica, nel biotech e, soprattutto, nelle tecnologie per il risparmio energetico: un'area che tutti seguono con attenzione nella speranza che sia quella capace di guidare la ripresa quando i venti della recessione si attenueranno.
E intanto, con la crisi, arrivano le scalate ostili: non è la prima volta che accade e le prede più ambite sono proprio le imprese a più alto
contenuto tecnologico, quelle che mantengono un maggior valore intrinseco anche quando la caduta dei mercati riduce il prezzo delle azioni.
L'attacco di Microsoft a Yahoo! è solo l'episodio più importante e più seguito. In tempi di contrazione del mercato la spinta alle fusioni cresce per una naturale tendenza al consolidamento, ma anche per le convenienze di prezzo che si creano: a quel punto, però, i gruppi che vogliono tentare il colpaccio devono ricorrere a un takeover ostile perché il board della società scalata non ha alcun interesse a svenderla quando il mercato la sottovaluta.
Secondo gli analisti di Thomson Financial, nel 2008 sono già una quindicina i casi di offerte «non concordate», il doppio dell'anno scorso: si va dai giapponesi di Sumitomo che cercano di conquistare la Axcelis Technoligies, una società che operano nel campo dei semiconduttori, a Electronic Arts che ha offerto due miliardi di dollari per Take-Two Interactive, la società che ha realizzato, tra gli altri, il popolarissimo videogioco «Grand Theft Auto».
Mercato del lavoro
Qui assistiamo ad alcuni cambiamenti sostanziali, anche se non molto appariscenti sul piano numerico: dopo l'esplosione della «bolla tecnologica» nel 2001, Silicon Valley ha vissuto alcuni anni diffìcili e solo nel 2007 - quando l'occupazione complessiva dell'area è cresciuta di 28 mila unità (più 1,7%) - il reddito medio delle famiglie è tornato ad aumentare. Certo, è una crisi relativa, visto che il reddito prò capite degli abitanti della «val-ley» è superiore del 57% alla media nazionale.
Questo, ovviamente, riflette l'elevata concentrazione di personale ad alta qualificazione tecnologica: il numero di questo tipo di addetti è cresciuto negli ultimi anni, ma è aumentato anche quello dei lavoratori poco specializzati a basso reddito mentre i dipendenti con retribuzioni medie (30-80 mila dollari l'anno), sono in continua contrazione. Ora anche questo mercato del lavoro risente della crisi, ma non in modo drammatico: la disoccupazione è salita dal 4,7% dell'anno scorso al 5,3% di gennaio, mentre a febbraio si è di nuovo leggermente ridotta (5,2%).
Anche i fenomeni migratori sono stati molto limitati. Nulla a che vedere con l'esodo dei cervelli che si verificò 7 anni fa, ai tempi dello scoppio della bolla della «Internet economy». Allora, con un'economia ancora florida in varie parti del Paese e i prezzi degli immobili ai massimi, molti lasciavano la Silicon Valley, vendevano la loro casa e trovavano facilmente un nuovo lavoro (e un alloggio più economico), negli altri distretti ancora in crescita: da quello di Austin, in Texas, a Raileigh, in North Carolina ai «corridoi» tecnologici di Boston e Washington.
Stavolta non assistiamo a veri e propri esodi perché la crisi è generalizzata in tutto il Paese e perché il crollo dei valori immobiliari rende più difficile vendere il proprio alloggio e quindi funziona da freno alla mobilità del lavoro da uno Stato all'altro. Si materializza, però, un altro fenomeno: molti «professionisti della conoscenza» (ingegneri, fisici, matematici, biologi, chimici) che fin qui hanno giocato la loro partita nelle «start up» - le società a più alto grado di innovazione tecnologico che possono diventare dei straordinari successi ma possono anche fallire - in tempi di crisi hanno meno voglia di rischiare e, quindi, cercano riparo sotto l'ala di società più grandi.
Il Wall Street Journal ha raccontato molte storie di ingegneri e manager abituati a rischiare nelle «start up» col miraggio di guadagni milionari in caso di successo dell' Ipo, l'offerta pubblica di azioni lanciata dalle società che riescono a sfondare sul mercato.
Ora, però, con la rarefazione degli Ipo e una crisi che rende ancor più rischiosa la scommessa delle «start up», molti di questi «cervelli» che consideravano i loro colleghi delle società maggiori come degli impiegati, tornano sui loro passi e cercano lavoro alla Hewlett Packard, alla Cisco Systems di John Chambers, alla Rim, la società canadese che produce i Black-berry: imprese certo non immuni dagli effetti della recessione ma che, per le loro dimensioni e la posizione conquistata sul mercato, danno maggiore affidamento.
«Le start up — dice Ameet Kher, un ingegnere recentemente passato dalla piccola Ditech Networks alla Rim — ti possono fare ricco ma possono anche svanire in sei mesi. Se ti aspetta un inverno freddo e lungo, è meglio avere un tetto solido sulla testa».
Fonte: Corriere Economia
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