Minuscolo come un folletto, a 43 anni Jack Ma, fondatore di Alibaba.com, riassume la sua vita così: «Se l'ho fatto io, possono farlo tutti». Lui scoprì il web in vacanza in America oltre dieci anni fa, tornò a Hangzhou (vicino a Shanghai) e creò un sito chiamato Alibaba.com che oggi è primo al mondo per il commercio fra imprese (ovvero tra i marketplace dove si incontra la domanda e l'offerta dei produttori e importatori di prodotti come pasta, vino, olio ecc.). Poi nel 2005 ha venduto il 40% di Alibaba a Yahoo in cambio di un miliardo di dollari e della guida operativa di Yahoo China. Da allora, nelle larghe tasche stazzonate di Jack Ma navigano le chiavi del web nell'Impero di Mezzo: quelle che Microsoft sta cercando a colpi di offerte miliardarie.
Da ieri lei è preso in una guerra globale per il dominio di Internet. Cos'ha da insegnare Alibaba agli altri colossi?
«Credo che tutti eBay, Yahoo, Google, You Tube, Facebook, noi, Amazon siamo in fondo la stessa cosa. Siamo aperti di testa, serviamo i clienti, abbiamo grandi team. Poi ognuno ha caratteristiche uniche. Google è forte sulla tecnologia, eBay sul trading, Alibaba sui servizi ai clienti. Ma abbiamo una base comune: vogliamo tutti migliorare il mondo, fare qualcosa di grande e aiutare la gente. Ciascuno con le sue armi».
In Cina lei è una specie di rockstar, ogni anno il party di Alibaba a Hangzhou attira ìomila fan. L'avrebbe mai detto?
«Non dimentico mai chi sono, so che ho studiato per diventare professore al liceo e non conta ciò che gli altri pensano di me: faccio una cosa che mi esalta
perché può cambiare la Cina e il mondo. Non mi sento a mio agio quando cammino per strada e la gente mi guarda e mi indica, ma ci sono abituato perché voglio fissare un esempio in Cina e nel mondo».
Si considera un genio del computer?
«Non so nulla di tecnologia, non so nulla di management, non so nulla di mercati finanziari. Sto imparando. Sono fortunato perché vivo nell'era di Internet e sono una persona normale che passa un sacco di tempo a esercitarsi in cose nuove. Ho fatto un sacco di errori, ma non mollo mai».
Lei dice: cambierò il mondo. Ma non c'è una discrepanza fra il potere dei grandi siti web e i pochi profitti che generano?
«Io non voglio che Alibaba diventi potente: voglio che diventi influente. Se è influente, allora ha anche un valore in sé e come imprenditore devo trovare il modo migliore di tirarlo fuori, ma come leader di mercato devo anche prendermi una responsabilità sociale. Non c'è discrepanza, è una strategia. Noi possiamo spremere fuori i soldi molto in fretta, ma che senso avrebbe? Internet è un business che si sviluppa su dieci o vent'anni, non su dieci minuti. Prendilo con calma, fallo andar bene, miglioralo, fallo crescere...»
Rendilo finanziariamente sostenibile...
«Il punto è: abbiamo bisogno che i gruppi del web siano solidi come General Electric, influenti come Microsoft, rapidi come un costruttore di
auto italiano. E artistici. È una
chance di migliorare gli esseri
umani. È la storia, è la bella parte
della storia. Tutti vogliono essere la storia, no?»
La cronaca racconta che lei si è quotato a Hong Kong incassando 1,9 miliardi di dollari tre mesi fa. Poi, come altri, Alibaba è crollato. La preoccupa?
«So pochissimo di quello che succede nella finanza e devo dire che non m'interessa neanche tanto. Ma per quanto ci riguarda sono felice: i mercati vanno su e giù, avanti e indietro. Noi abbiamo aperto a 13,5 dollari di Hong Kong ad azione quando avremmo potuto aprire a venti, ma credo sia giusto lasciare i soldi sul tavolo. Lasciamo che gli azionisti si divertano un po' e, lo sa?, non dormo mai male per colpa della Borsa. Non ho bisogno di scommettitori, ho bisogno di investitori».
Internet è il regno della libertà, la Cina dove lei opera è una dittatura. Questi due mondi sono in rotta di collisione?
«Sono compatibili, si stanno avvicinando e il web sta aiutando la Cina a diventare più sistematica, più trasparente. Ma voi occidentali non dovete aspettarvi che la Cina vada verso una democrazia come quelle che voi sviluppate da secoli e non penso neanche che debba farlo. Siamo un Paese così grande, con duemila anni di storia. Ho letto che voi anche ai tempi dell'antica Roma discutevate in Senato, ma la Cina è un'altra cosa. Si muove verso la democrazia, la libertà, la trasparenza, ma le serve tempo. Non accadrà adesso».
Data: 8 febbraio 2008
Fonte: Il Corriere della Sera
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