Il Paese è sempre lo stesso, la Cina, così come il problema, la censura su internet. Ad essere messi sotto accusa la società di Bill Gates, la Microsoft e due importantissimi motori di ricerca, Google e Yahoo, colpevoli di favorire e aiutare il controllo del Web nel Paese.
Le accuse non sono nuove così come le polemiche che la vicenda ha sollevato, ma il gruppo umanitario Human's Right Watch (Hrw), in un documento pubblicato dal suo ufficio di Hong Kong, torna ad accusare le grandi compagnie occidentali di Internet di essere «complici» del governo cinese nell' imporre pesanti limitazioni alla libertà di espressione.
Con un rapporto di 149 pagine, l'associazione umanitaria fa sapere che, il sistema di censura e di sorveglianza di internet cinese popolarmente conosciuto come "Great Firewall", è il più avanzato del mondo. Non ha dubbi Rebecca Mac Kinnon, consulente presso la vigilanza dei diritti dell´uomo: «Le aziende occidentali di internet sono complici attivamente nella censura del materiale politico, gli utenti non sanno cosa accade e perché. Ci può essere moralità e funzionare bene anche in Cina. È tempo per le aziende dell´internet di decidere se desiderare di far parte del problema o della soluzione».
L'organizzazione umanitaria ha definito «arbitrario, opaco e inaccettabile» il blocco di siti web e di ricerche di termini politicamente sensibili e sollecitato le società in questione a essere chiare con i propri utenti in merito alla censura. Nel rapporto Hrw parla di paradossi e di troppi interessi:«È ironico che le società la cui esistenza dipende dalla libertà d'informazione e d'espressione abbiano assunto un ruolo di censori, anche nei casi in cui il governo cinese non ne fa loro una specifica richiesta».
Le accuse di aver compromesso i propri principi di libertà e indipendenza, censurando alcune ricerche e titoli di blog politicamente sensibili allo scopo di fare affari nel secondo mercato mondiale di Internet, sono sostenute da fatti di rilevante importanza in cui le società accusate sono coinvolte.
Ma andiamo per ordine e cominciamo a ricordare in quali guai si è cacciato il portale americano Yahoo. Nei mesi scorsi sono venute alla luce una serie di vicende che sono riportate anche nel rapporto di Hrw: «Yahoo collabora e si sottomette alle forze di polizia di un regime illiberale». L'azienda di Sunnyvale è ritenuta colpevole di aver aiutato la polizia cinese a identificare alcuni dissidenti che avevano diffuso in rete degli scritti critici del governo di Pechino. In un caso, quello del giornalista Shi Tao, la denuncia di Yahoo ha portato ad una condanna a dieci anni di prigione. Ma il portale si è difeso dichiarando che si è limitato a seguire le leggi locali.
A correre in aiuto di Yahoo anche il regime pechinese. Il portavoce del ministero degli Esteri, Liu Jianchao, ha infatti dichiarato che: «Il governo cinese ha adottato misure di sorveglianza per limitare contenuti immorali e dannosi... lo scopo è salvaguardare l'interesse del popolo. Le aziende straniere, che vogliono operare in Cina, dovranno rispettare la legge cinese».
Ad adeguarsi anche il più importante motore di ricerca del mondo, Google (ribattezzato "gulag" dai dissidenti) che proprio non ci tiene a perdere una consistente fetta di mercato come quella cinese. Google, quindi, ha pensato bene di impedire l´accesso a numerosi blog che esprimevano idee pacifiche. Questo, quando su richiesta del governo cinese, i blog non sono stati direttamente cancellati.
Attacchi anche al software di Skipe. Hrw ha ricordato che, il sito che permette di telefonare a costi bassi, ha accettato di mettere nel software usato dagli utenti cinesi delle parole chiave che bloccano le conversazioni che toccano argomenti sensibili. «Spaventato dalla possibilità di perdere uno dei più ricchi e promettenti bacini d´utenza della Rete».
Ma Brad Adams, direttore della sezione di Human Right Watch in Asia ci tiene a ricordare a queste società del web come: «Non si possa divenire censori politici senza causare delle forti reazioni come la perdita di fiducia degli utenti».
Intanto Hrw chiede l´approvazione di una legge che vieti alle compagnie di immagazzinare i dati degli utenti sui server in Cina. Lo scopo è quello di permettere anche in questo Paese una piena libertà di espressioni e di idee. Non facilitare la censura, non permettere l´arresto di pacifisti e dare un forte esempio di vero corporativismo etico. Tutto questo perché, conclude Hrw: «Le aziende che predicano la libertà di espressione non dovrebbero essere uno strumento usato dai governi, non dovrebbero essere manipolate per favorire gli abusi sulla libertà di espressione di ogni uomo».
Fonte: L'Unità